Dell'omologazione Social: facciamo il punto
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Dell’omologazione Social: facciamo il punto

Social Media

Dell’omologazione Social: facciamo il punto

C’è stato un tempo in cui ogni canale Social aveva colori, sfumature e pubblico differenti. C’era Facebook che su, diciamocelo, ci si iscriveva più per stalkerare quel collega carino dell’Università che per altro. Si parlava tanto di marketing virale, ed il traffico organico non era una leggenda metropolitana. Con quel “A cosa stai pensando” che campeggiava sul monitor, l’effetto Mio caro diario era sempre in agguato; del resto, arrivavamo dritti dritti da Badoo e My Space, e come direbbe la buona Uma, che ti aspettavi, baby?

Poi c’era Twitter, avvolto da quell’aura radical chic e un tantino snob che ci voleva tutti un po’ filosofi e un po’ giornalisti d’assalto. In fondo, ciò che non puoi dire in 140 caratteri è semplicemente superfluo. A lui dobbiamo la rivoluzione degli hashtag, che ci ha portato un modo del tutto nuovo di vivere la Rete.

Ah, LinkedIn. Quel parente noioso, serio, che tua mamma definirebbe “un buon partito”. Ecco, LinkedIn era il Social Network per il business, quello in cui si creavano le relazioni che contano e tanti confronti impietosi sui contatti, raccomandazioni e skills che si riuscivano a racimolare. Infine, i Social visivi. Flickr, Instagram, Pinterest. Quando le parole non servivano più, e ci rimanevano solo belle immagini e hashtag, tanti hashtag improbabili a scatenare la nostra fantasia.

Tolti questi attori, nel 2016 contiamo diversi cadaveri nella panoramica Social; alcuni illustri, come Google Plus, altri assolutamente dimenticabili. Chi resta sta andando inesorabilmente verso l’omologazione: non esisteranno più confini ben definiti, né per quanto riguarda  le funzionalità specifiche del canale stesso, né per il pubblico che è solito frequentarlo.

E così  Facebook, dopo aver acquistato Instagram e Whatsapp, penalizzato tremendamente i link esterni alla propria piattaforma, lanciato i video a sfavore di YouTube, si sta preparando a sferrare il suo attacco a LinkedIn, forse ultimo baluardo del B2B online. La piattaforma “Facebook at Work” promette connessioni facili e strizza l’occhio a quel target business che ancora non era stato attratto a dovere dal colosso di Zuckerberg.

Dal canto suo, LinkedIn si è da tempo evoluta con una piattaforma di blogging interna che ha avuto ottimi riscontri, e si difende annunciando l’arrivo di Learning, una piattaforma che offre novemila corsi in molteplici settori professionali; corsi che a loro volta provengono dal portale di apprendimento Lynda.com, acquisito lo scorso anno per 1,5 miliardi di dollari.

Che dire di Twitter, che si è ormai completamente snaturato con l’eliminazione del limite dei 140 caratteri?

Una rivoluzione che non deve affatto stupirci, ma che è semplice conseguenza di un panorama che ha visto svilupparsi un forte conformismo nelle modalità comunicative dei frequentatori Social e delle stesse aziende. La libertà di espressione che il Web ci ha indubbiamente concesso ci sta paradossalmente portando verso un conformismo ideologico; va da sé che, se i modi di comunicare e condividere risultano tutti estremamente simili, i Social stessi saranno costretti ad adeguarsi, per compiacere questa tendenza e non perdere preziose quote di mercato. Così le imprese, che utilizzano strategie ormai consolidate per avere risultati certi.

Un quadro generale che può essere colto come grande opportunità per tutte le aziende ed i web marketer che proveranno a rompere la routine e scovare nuovi trend, dando una nuova scossa a questo scenario.

 

 

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2 Comments
  • Luigi Castronuovo
    Posted at 05:06h, 08 ottobre

    Non ci avete detto perché è fallita Google plus.

    • Arianna Rossi
      Posted at 08:35h, 12 ottobre

      Buongiorno Luigi! Non l’ho fatto perché non era questo il focus dell’articolo, non credo ci sia un solo motivo ma un insieme di fattori; il discorso è abbastanza complesso, prometto di parlarne presto!